Transizione di genere al Careggi, dove sono i risultati dell’ispezione?
I giorni sul calendario si accumulano e, ormai, è passato quasi un mese dall’ispezione che il ministero della Salute ha effettuato al Centro regionale per l’incongruenza di genere (Crig) del Careggi
Dove sono i tanto attesi risultati dell’ispezione al Careggi di Firenze, considerato che attorno alla vicenda si è creato gran clamore mediatico e social anche per la volontà del governo di intervenire in maniera così mirata?
Parto, innanzitutto, mettendo in ordine le vicende che hanno portato all’ispezione di fine gennaio disposta dal ministero della Salute. L’oggetto era il trattamento di pazienti minorenni con disforia di genere effettuato all’ospedale Careggi di Firenze da una squadra di professionisti appositamente dedicata. L’intenzione è stata resa nota al pubblico lo scorso dicembre quando Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia al Senato, ha sollevato una serie di dubbi sui procedimenti della struttura durante una interrogazione alla presidenza del Consiglio e a Orazio Schillaci, ministro della Salute.
Al centro della questione vengono messi i farmaci bloccanti della pubertà utilizzati nel trattamento della disforia nei soggetti minorenni, tra i quali figura la triptorelina. L’utilizzo dei bloccanti della pubertà è stato stabilito secondo gli standard internazionali sulla salute delle persone transessuali e approvato in specifici contesti, secondo quanto stabilito puntualmente dal Comitato nazionale per la bioetica a seguito della richiesta dell’Aifa. «Allo scrivente risulta che ai bambini, di età media di 11 anni, che si recano al Careggi non venga fornita assistenza psicoterapeutica e psichiatrica, e che nell’ospedale non esiste il reparto di neuropsichiatria infantile», ha affermato Gasparri, come riporta il Corriere della Sera. Sarebbe in dubbio, secondo Gasparri, il fatto che i farmaci vengano somministrati senza effettuare – in precedenza – un adeguato percorso psicoterapeutico e psichiatrico.
In questo stesso articolo del Corriere vengono attribuite ad Alessandra D. Fisher, endocrinologa del reparto, e Jiska Ristori, psicologa psicoterapeuta del reparto, le seguenti dichiarazioni: «La presa in carico per i percorsi di affermazione di genere non prevede una psicoterapia, questo è importante specificarlo. Esattamente come succede nelle persone cisgender alle quali non viene richiesta una psicoterapia per definire la propria identità di genere, questo vale anche per le persone trans»; ancora, «Nell’ospedale Careggi non esiste la neuropsichiatria infantile, c’è la psichiatria che però va bene per chi ha compiuto sedici anni»; infine, «Come una persona si identifica con la propria identità di genere lo sa la persona, non siamo noi che possiamo dirlo».
La relazione che dà conto dei risultati dell’ispezione non è ancora pronta nonostante si fosse parlato di un paio di settimane dall’intervento. L’unica indiscrezione che era trapelata (un lancio Ansa che avrebbe confermato come non in tutti i casi analizzati sarebbe stata effettuata la psicoterapia) è stata seguita dall’intervento degli uffici del ministro Schillaci – in data 1° febbraio – che hanno confermato come non ci siano ancora risultati di nessun tipo. Il 16 febbraio, inoltre, è stato confermato dal ministero della Salute che l’interlocuzione con la Regione Toscana è ancora in corso.
Di interventi sulla questione, dall’annuncio dell’ispezione, ce ne sono stati diversi. Quelli dei genitori di adolescenti transgender, che hanno scritto all’Europa tramite Agedo e Arcigay, per difendere l’operato del Careggi e raccontare come l’ospedale si sia preso cura dei loro figli. Anche dodici società scientifiche si sono unite in una nota congiunta chiedendo di smettere con la disinformazione e definendo la triptorelina come «farmaco salva-vita nei giovanissimi transgender e gender diverse (persone che non riconoscono come proprie le caratteristiche socialmente accettate del sesso assegnato loro alla nascita n.d.R.) prescritto solo dopo attenta valutazione multiprofessionale».
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Careggi e disforia di genere nei minori: i numeri
Partiamo dai numeri: quelli forniti dalla Regione Toscana quantificano gli accessi al Centro regionale per un totale di 85 – nel 2023 – con 26 prescrizioni per farmaci bloccanti della pubertà; l’anno precedente, il 2022, ha fatto segnare 60 accessi e un totale di 18 prescrizioni per farmaci bloccanti. Ci troviamo quindi, come evidente, di fronte a un fenomeno che riguarda una piccolissima percentuale di individui che possono esplorare ed esplorarsi – sotto controllo medico tarato su ogni caso specifico – in un modo che in Italia, per tanto tempo, non è stato possibile.
L’età media dei casi presi in carico dal Careggi corrisponde a 14,8 anni. Oltre a questo, la Regione Toscana ha fatto anche sapere – sempre tramite la stessa nota – che l’età media dei casi nei quali si è reso necessario un trattamento farmacologico si attesta a 15,2 anni. Ben diversa, dunque, dagli 11 anni a cui ha fatto riferimento Gasparri annunciando l’intenzione di procedere con un’ispezione.
All’origine dell’ispezione al Careggi ci sono basi solide e informazioni chiare?
Non sono solo i dati ad essere poco chiari in questa vicenda. Tutto è partito lo scorso 20 dicembre, quando Gasparri ha parlato dei dubbi sulla procedura al Careggi esordendo con «allo scrivente risulta» senza chiarire la fonte delle informazioni che cita.
Nell’articolo del Corriere della Sera che ho già menzionato in precedenza si parla delle affermazioni di Fisher e Ristori sopracitate come di una risposta ai dubbi del senatore; queste affermazioni delle dottoresse, però, appaiono come frasi estrapolate da un discorso più ampio in cui si fa riferimento, sopra ogni cosa, alla necessità di depatologizzare la transessualità. Un percorso – quello della de-psicopatologizzazione delle persone transgender e gender diverse – di cui si parla dal 2019, quando l’OMS ha aggiornato la Calssificazione internazionale delle malattie.
Affermando che il Careggi non ha un reparto di neuropsichiatria infantile, inoltre, le dottoresse non stanno dicendo che i giovani pazienti non passino per un percorso psicologico prima di giungere da loro. Nella stessa relazione che conferma i dati sull’età di accesso al Careggi dalla Regione Toscana, infatti, si parla anche delle modalità di accesso al centro: questa «avviene con l’invio dei pazienti da parte di consultori, delle unità di salute mentale, dei pediatri, dei medici e in casi rari tramite accesso diretto delle famiglie». L’attivazione della squadra dedicata del Careggi è prevista solo in un secondo momento, quando è già stata individuata l’esistenza dei criteri diagnostici per la disforia di genere.
Facendo una serie di ricerche sull’attività del reparto e sul lavoro delle dottoresse, emergono alcuni articoli - risalenti agli scorsi anni - in cui le stesse dottoresse fanno affermazioni che sembrano andare in contrasto con quelle che compaiono sul Corriere:
il 28 maggio 2021 – commentando la notizia della Svezia che ha scelto di fermare l’utilizzo dei bloccanti della pubertà – Fisher ha spiegato all’Huffington Post non solo come nel team multidisciplinare del Careggi ci siano psicologi, psicoterapeuti e neuropsichiatri infantili ma anche che «in infanzia non viene offerto alcun tipo di trattamento medico, ma solo un supporto psicologico alla famiglia. In adolescenza, nel caso in cui con l’inizio dello sviluppo puberale si acuisca la sofferenza legata alla incongruenza di genere, si può iniziare una terapia atta a sospendere la progressione puberale al fine di fornire più tempo all’adolescente per esplorare la propria identità di genere» specificando come «la terapia può essere prescritta solo in casi accuratamente selezionati, che soddisfino precisi criteri. Tra questi, è necessario che lo sviluppo puberale sia già iniziato, ad enfatizzare che si tratta di un’opzione prevista esclusivamente per gli adolescenti e non per i bambini. Ovviamente, è necessario il supporto e consenso dei genitori o tutori legali»;
il 16 maggio 2023, in un’inchiesta pubblicata su Il Foglio sulla vita degli adolescenti transgender, entrambe le dottoresse parlano della presa in carico dell’adolescente e della sua famiglia innanzitutto dal punto di vista psicologico. Oltre a questo, viene specificato come «la pubertà però deve essere iniziata. Qui non si trattano casi di bambini».
Di tutte queste dichiarazioni – così come delle informazioni contrastanti che si trovano rispetto all’età media in cui vengono somministrati i bloccanti – ho chiesto conto direttamente alle dottoresse via mail lo scorso 31 gennaio. La risposta che ho ricevuto è stata molto chiara e porta la firma dell’Ufficio stampa dell’Azienda Careggi: «Si informa che i nostri dipendenti sono in silenzio stampa sui temi relativi alle attività dell’Andrologia Endocrinologia femminile e Incongruenza di genere, attualmente oggetto di verifiche ministeriali in corso».
La scelta del Careggi, nonostante i dubbi sollevati sull’operato del reparto sotto esame e i tanti interventi che sono seguiti, è quella del silenzio. Un silenzio che, tutto considerato, verrà probabilmente interrotto – se accadrà – solamente una volta che sarà uscita la relazione in cui si dà conto del lavoro dell’ospedale. Un silenzio che, a questo punto, sembra giustamente puntare ad evitare ogni tipo di (ulteriore) clamore mediatico nel massimo interesse delle persone che hanno varcato e varcheranno le porte di quelle stanze mediche per esplorarsi e prendersi cura di sé.
Si sente la puzza di battaglia ideologica pre-elettorale?
C’è un’altra questione di cui bisogna tenere conto, ovvero il tempismo dell’ispezione in relazione alla pubblicazione della storia di Marco (nome di fantasia), giovane transgender che – partendo da una serie di articoli di Repubblica – è stato definito in maniera inappropriata da moltissimi giornali. Volendo dare una notizia che, in fin dei conti, notizia non è (a partire dal fatto che riguarda un privato cittadino), i giornali non si sono dimostrati capaci anche solo di parlare della comunità delle persone trans nei termini giusti.
Breve recap della storia: Marco sarebbe un ragazzo trans quasi alla fine del suo percorso di transizione che ha già cambiato i documenti – e che quindi viene riconosciuto come uomo dallo Stato –, in procinto di affrontare l’intervento per rimuovere utero e ovaie (istero-annessiectomia) che si è reso conto di aspettare un bambino da cinque mesi effettuando i controlli pre-operatori. Parlando di questa vicenda il condizionale è obbligatorio poiché il diretto interessato non è mai intervenuto in prima persona fornendone i dettagli, che sarebbero frutto di fonti ospedaliere.
Questa storia è stata rilanciata dai giornali e sui social, generando moltissime interazioni e commenti di persone che accusano Marco (insieme alle persone trans, per estensione) di “indecisione” e i medici per il loro presunto agire su base ideologica. E proprio rispetto a questo presunto agire su basi non scientifiche sono sotto esame gli esperti del Careggi. Un’ispezione sull’operato di una équipe della quale, tra l’altro, moltissime famiglie hanno dato un giudizio più che positivo.
Per avere delle testimonianze basta andare su Valigia Blu e leggere il lungo approfondimento fatto da Alessandra Veschio che tiene conto – così come dovrebbe fare la politica – non solo dei dati concreti ma anche dell’opinione di quelle famiglie che nel Careggi hanno trovato una via d’uscita fatta di professionisti in grado di capire le esigenze dei loro figli.
Medici che, secondo coloro che hanno usufruito dei servizi di questo reparto, hanno fornito l’assistenza necessaria tarata sul singolo caso. Oltretutto, l’associazione e servizio di accoglienza per persone trans Sat Pink ha sottolineato anche come «la situazione dei centri specializzati in Italia per l’assistenza alle persone transgender, specialmente se minori, è disomogenea e spesso carente», con il reparto del Careggi che si trova quindi ad essere un punto di riferimento che le persone raggiungono da altre regioni in Italia.
Tracciato il quadro, appare legittimo vedere la comunità trans e le famiglie di queste persone prese di mira e strumentalizzate dalla politica del governo italiano a pochi mesi dalle elezioni europee. Il copione lo possiamo ricostruire: esplode un caso – quello di Marco – che smuove i ventri dell’opinione pubblica partendo dalle budella. Il governo si pone come sentinella della questione, organo che punta a fare le pulci a questa minoranza di persone, che vengono definite indecise e delle quali spesso non si sanno utilizzare – sia in politica che sui giornali – nemmeno i pronomi corretti. Allo stesso modo entrano nel mirino i professionisti che di questi casi delicati si occupano regolarmente.
Da dove partire per farsi vedere attore concreto, in vista delle elezioni, se non da un centro che si occupa dei casi più delicati, portando una questione complessa alla ribalta senza però fornire informazioni precise e corrette ai cittadini? Una volta lanciata la bomba – ovvero la notizia dell’ispezione – arrivare ai risultati sta richiedendo molto più tempo di quanto non fosse preventivato. Cosa succede a questo punto? Possiamo ipotizzare che – qualora dall’ispezione tutto risultasse in ordine anche dopo aver cercato il più piccolo pelo nell’uovo – nella mente di molte persone rimarrà vivida solo la notizia di quel reparto del Careggi messo sotto la lente di ingrandimento dagli ispettori del ministero della Salute e di quel primo risultato trapelato («non in tutti i casi al Careggi è stata fatta la psicoterapia»). Quella frase che si è rivelata poi essere un’informazione errata rilanciata, però, su tutti i giornali. Un po’ come quando la notizia di una condanna rimane nell’immaginario collettivo nonostante, in seguito, ci sia stata un’assoluzione.
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